Armando Izzo: “Dall’Arci Scampia ai sogni per il futuro, vi racconto la mia storia sognando il Napoli”

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Lavorare nel settore giovanile del Napoli non è solo una missione professionale, ma anche umana. Il calcio per gli scugnizzi non è solo uno sport, ma uno strumento di riscatto, l’ossigeno in una città ricca d’insidie e tentazioni pericolose. Il pallone arriva dove si ferma la realtà, disegna la traiettoria dei sogni, può guidare l’affermazione di ragazzi cresciuti in quartieri difficili, in contesti sociali che sembrano segnati. “State lontani dalla droga, fate sport, appassionatevi al calcio, il gioco più bello del mondo”, lo diceva Diego Armando Maradona nella conferenza stampa di martedi scorso alla Sala Masaniello. Un messaggio che può esprimere anche Armando Izzo, difensore classe ’92 in comproprietà tra Napoli ed Avellino. Cresciuto a Scampia, nei pressi delle Vele, ha scalzato le tentazioni ed ha scelto il calcio, grazie anche a tante persone che hanno creduto in lui. Nella formazione di Rastelli si sta affermando come tra i migliori giovani del campionato di Lega Pro e sta aiutando la squadra irpina nella lotta per la promozione in Serie B. Armando Izzo ha raccontato tutta la sua storia ad IamNaples.it in un’intervista da non perdere:

Armando, partiamo dall’infanzia. Quando hai cominciato a giocare a calcio?
“Come tutti gli scugnizzi, giocavo molto per strada durante l’infanzia. A 13 anni, poi, mio zio Mimmo Micallo, operatore calcistico in Campania, mi convinse ad iscrivermi alla scuola calcio, precisamente all’Arci Scampia”

Dall’asfalto al manto erboso, che ricordi hai di quel cambiamento?
“Ricordo sicuramente con affetto Antonio Piccolo, dirigente dell’Arci Scampia che mi ha aiutato tantissimo. Non avevo neanche i soldi per comprare le scarpe, poi, quando avevo qualche dubbio su continuare o meno nel giocare a calcio, mi convinceva ad andare agli allenamenti”

Quante volte hai pensato di smettere?
“Spesso, soprattutto quando è morto mio padre sia per il dolore che per le difficoltà economiche di mia madre. Servivano i soldi in casa e il calcio mi sembrava secondario in quel momento”

Cosa ti ha fatto cambiare idea? Come hai deciso di continuare a giocare a calcio?
“E’ stato sicuramente importante il Napoli. Mi spiego, l’ex responsabile del settore giovanile del Napoli Peppe Santoro contattò Antonio Piccolo e decise di acquistarmi. La maglia azzurra, l’approdo ad una realtà professionistica, la sensazione che il calcio stesse diventando un aspetto più serio della mia vita mi hanno convinto a continuare”

Il pensiero di abbandonare il calcio è definitivamente andato via con il passaggio al Napoli o hai avuto altre difficoltà durante il tuo percorso?
“No, la mia vita è un’avventura, sempre in salita (ride, ndr). Sono arrivato al Napoli nell’età dei Giovanissimi Nazionali, ma disputavo il campionato Miniallievi regionali con mister Mollo. Una persona che ringrazio moltissimo; quando tutti mi scartavano perché non avevo la struttura fisica necessaria, lui ha sempre creduto in me. Ho avuto dei periodi difficili, mi ricordo quando il dirigente Cristiano Mozzillo (attuale segretario del settore giovanile del Napoli) m’inseguiva per portarmi agli allenamenti. Mi stavo abbandonando anche fisicamente e lui m’invitava costantemente ad andare al campo. Successivamente ho conosciuto il mio procuratore Paolo Palermo che mi ha seguito durante il torneo di Arco di Trento, quando giocavo negli Allievi Nazionali. Mi veniva a prendere e mi portava al campo, è stato lui a trasmettere la determinazione e la mentalità necessaria per intraprendere nel calcio un percorso da professionista”

Dai primi passi con la maglia del Napoli alla vittoria del campionatoBerretti, raccontaci la tua esperienza nel settore giovanile azzurro
“Le prime stagioni sono state condizionate dai miei problemi personali. In Primavera ho provato anche la soddisfazione di fare il capitano con mister Miggiano fino a quando ebbi degli scontri di gioco in allenamento con Signorelli e Fornito. Fu una stagione particolare, avemmo un calo vertiginoso dopo il torneo di Viareggio. Voglio chiarire che non fu colpa di Miggiano, una bravissima persona che fino a quel momento aveva retto bene il gruppo. Fummo noi a mollare, prevalevano i ragionamenti sul futuro, sul prosieguo delle nostre carriere piuttosto che il pensiero agli impegni del campionato Primavera. La vittoria del campionato Berretti è un bellissimo ricordo; Gatto, Colella, De Vena, Guerra ed io della Primavera andammo a disputare le fasi finali del campionato Berretti. Mister Mollo mi disse: “Ho bisogno di te” e mi tuffai subito in quell’avventura. Ho provato anche la gioia di segnare nella gara d’andata della finale contro il Brescia al “Kennedy”; con il mio gol pareggiammo 1-1 (clicca qui per rileggere il live) per poi vincere 2-1 a Brescia”

La stagione conclusasi con la vittoria del campionato Berretti fu aperta dalla convocazione per il ritiro della prima squadra. Cosa ci dici su quell’esperienza?
“Mi viene in mente subito un aneddoto: era l’estate del 2010, dovevamo partire per Folgaria ma non avevo neanche i soldi per le scarpe da calcio. Mazzarri non ci pensò due volte e chiese al preparatore dei portieri Papale di comprarmi delle scarpe; il mister così finanziò la mia partecipazione al ritiro (ride, ndr). Un bellissimo gesto che non dimenticherò mai, così come quello di Paolo Cannavaro che mi ha fatto un regalo quando è nata mia figlia, Aurora, una bambina che adoro”

Cosa significa essere padre a soli vent’anni?
“Una grandissima responsabilità, un evento che mi ha aiutato molto; infatti, la nascita di Aurora ha fatto in modo che acquisissi la concentrazione e la determinazione necessaria per fare bene nella mia avventura nel mondo del calcio. Sto vivendo tutto con molta più serietà ed applicazione; lo devo ad Aurora, alla mia ragazza Titti e soprattutto a mia madre che mi ha sostenuto in tutti i miei sacrifici”

La vittoria del campionato Berretti ha rappresentato l’ultimo atto della tua avventura in maglia azzurra, poi il salto nel professionismo, con la maglia della Triestina in Lega Pro. Ci racconti quest’avventura?
“Si, sono passato alla Triestina in prestito con diritto di riscatto della metà fissato alla cifra di mille euro; prima del trasferimento, il Napoli mi ha fatto sottoscrivere il mio primo contratto da professionista, una grande soddisfazione raggiunta grazie al mio procuratore Paolo Palermo, un’altra persona che ha sempre creduto in me e che mi ha accompagnato in tutti i miei sacrifici. Trieste è una bellissima città, la presenza del mare mi ha aiutato a sopportare di più il clima freddo e piovoso del profondo Nord. A Trieste ho conosciuto la bora, non sapevo neanche cosa fosse. Fortunatamente il mio procuratore veniva spesso ad Udine a trovare Floro Flores e mi raggiungeva a Trieste facendomi sentire meno solo. A Gennaio è arrivata la chiamata dell’Avellino; la Triestina aveva gravi problemi societari, con Galderisi, che s’affidava agli esperti, non riuscivo a giocare molto e, visto anche il grande valore della piazza irpina, ho subito accettato l’offerta. Sono passato all’Avellino in comproprietà gratuita, il direttore sportivo Riccardo Bigon aveva dei legittimi dubbi sul mio valore ed allora ha deciso di concedere la metà del cartellino alla società biancoverde, vista anche l’insistenza del ds De Vito. Ad Avellino sono riuscito anche a vincere una scommessa con il mio procuratore. Prima di andare a Trieste, mi disse: “Se raggiungi la quota di 20 presenze in Lega Pro, ti regalo una Smart”. Sono arrivato a quota 22, 14 con la maglia della Triestina e 8 con l’Avellino e così mi sono guadagnato l’automobile (ride, ndr)”

Con il trasferimento all’Avellino ti sei avvicinato a Napoli ed ai tuoi affetti, ma avevi anche la pressione di dimostrare il tuo valore in una piazza molto esigente. Ci descrivi le emozioni, l’ansia dell’esordio, i tuoi primi passi con la maglia biancoverde?
“Quando sono arrivato ad Avellino, essendo un giovane, ero preoccupato di non riuscire a trovare molto spazio; molto presto, invece, il tecnico Bucaro mi ha dato fiducia. Mi ha aiutato molto anche il mio carattere; credo molto in me stesso e vado sempre avanti per la mia strada. All’inizio di questa stagione, invece, avevo due giornate di squalifica e due difensori esperti come Fabbro e Giosa davanti. Sono riuscito, però, a trovare spazio; ho debuttato a Frosinone e non giocai neanche bene, poi l’esordio in casa, al “Partenio” contro il Sorrento. Avevo visto lo stadio dell’Avellino soltanto in tv, in occasione della finale dei play-off di Serie C contro il Napoli. I tifosi sono molto calorosi e ti incitano dal primo all’ultimo minuto”

Molti addetti ai lavori ti considerano tra i migliori giovani della categoria. Provi la sensazione che stai raggiungendo risultati importanti?
“No, veramente, credo di non aver fatto ancora nulla. Come ti dicevo prima, credo in me stesso e guardo avanti sempre verso obiettivi più importanti”

Se pensi alla prossima stagione, dove vorresti essere?
“In serie B con l’Avellino, stiamo lottando per la promozione, mancano sette partite e daremo tutto per ottenere questo risultato. Rastelli mi ha dato grande fiducia, ho già totalizzato quattordici presenze in campionato (dodici da titolare, ndr) e voglio continuare a far bene”

Qual è il tuo sogno professionale?
“Quello di tutti i calciatori: indossare la maglia della Nazionale”

E magari la raggiungerai con il Napoli…
“Magari, da napoletano il San Paolo suscita sempre emozioni particolari ma adesso non stacchiamoci troppo dalla realtà (ndr)”.

A cura di Ciro Troise

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